Uno haiku scelto e commentato da Luca Cenisi per My Haiku Pond

 

 

foster care ‒
the little girl draws
little birds

 

affidamento ‒
la bambina tratteggia
piccoli uccelli

 

 

A deeply human piece of work, emphasized by the repetition of the word “little” in the final ku 句. It evokes a sense of subtlety (hosomi 細身) and emotion (kokoro ni kaku 心にかく) in partial contrast with how foster care is commonly lived and seen.

Uno scritto di profonda umanità, enfatizzata dalla ripetizione della parola “little” nell’ultimo verso 句. Lo haiku suscita un sentimento di delicatezza (hosomi 細身) e un’emozione (kokoro ni kaku 心にかく) in parziale contrasto con il modo in cui l’affido viene solitamente visto e vissuto.

 

 

Haiku scelto e commentato da Luca Cenisi per la nuova colonna a sua cura “Luca’s Lily Pad”, che uscirà con cadenza settimanale sulla pagina internazionale My Haiku Pond. Cliccando sul link seguente si possono leggere gli altri quattro lavori selezionati per la prima pubblicazione:

Luca’s Lily Pad – My Haiku Pond

 

 

Ukiyo-e by Hasui Kawase, A Doll (1931). From the series Twelve Subjects of Children. Source: Ukiyo-e.org

 

 

 

20 Commenti

  1. Ale

    Ho letto con interesse il componimento e il commento di Luca Cenisi.

    Concordo con lui per l’umanità, l’emozione e la delicatezza, non riesco, tuttavia, a leggerlo come haiku.

    Trovo che sia un componimento bellissimo ma manca completamente il kigo e il “quì e ora” mi fa leggere e vedere la mano della bimba che tratteggia uccellini, azione possibile in tutte le stagioni dell’anno.

    Forse la lunga parola “affidamento” che serve a introdurre la tematica così “umana” (che si prende un verso intero), ha tolto spazio per l’inserimento del necessario (anzi, indispensabile) riferimento stagionale.
    mi spiace, trovo che sia molto bello, ma non è uno haiku.

    1. Sohana Elisa

      Ale, ben trovato.
      Vediamo da che parte cominciare… Magari possiamo mettere da parte questo haiku, che può piacere o meno e questo è nella libertà del lettore, per entrare nello specifico della sua osservazione. Ecco, è il genere di concetto che ho sentito ripetere innumerevoli volte, generalmente quando alcune caratteristiche di quello che chiamiamo haiku vengono prese come dogma, solo che questi dogmi assoluti non esistono più nemmeno in Giappone, patria del genere poetico di cui stiamo parlando (non saprei dirlo in maniera meno diretta e spero venga preso come un invito ad approfondire, anziché come una rigida presa di posizione da parte mia o, peggio, un volersi mettere in cattedra). Ci basti pensare all’autore contemporaneo Ban’ya Natsuishi, il quale ha abbandonato la tradizione del kigo sostituendola con delle “parole chiave” slegate dal tema stagionale.
      Se poi consideriamo che dal momento in cui lo haiku è uscito dai confini della sua terra di origine ha dato il via a una – possiamo chiamarla così? tradizione occidentale, l’argomento si apre ulteriormente e non può essere liquidato in due parole.
      Dico “specialmente” perché in Italia viene costantemente e ampiamente praticato da tempi molto più recenti. Per fare un esempio, ci sono poeti di haiku in lingua inglese la cui visione è ritenere superato il concetto di kigo. Sono d’accordo? No, se questo sfocia nel guardare con sufficienza agli haiku scritti conservando canoni più tradizionali, sì, se ci si limita ad esplorare e condividere una propria visione poetica, senza assolutizzazioni.
      Come dicevo prima, questi “accenni” vogliono essere un invito ad approfondire, essendo la tematica non risolvibile qui e in due parole, inoltre ci sono poeti e studiosi ben più qualificati di me che possono venirci in aiuto, ritenendo di essere niente più che all’inizio del mio cammino di scoperta di questo affascinante genere poetico. A tal proposito, posso consigliarle la lettura di un saggio di recente pubblicazione? È uscito non più di tre mesi fa e si intitola La Luna e il Cancello, scritto da Luca Cenisi e pubblicato dalla Castelvecchi Editore. È il testo più completo sullo haiku presente al momento nelle librerie italiane, contenente un’analisi storica che parte dagli albori fino ad arrivare allo haiku moderno, che è l’argomento qui in questione. Inoltre si approfondiscono argomenti come kire e kireji, il kigo e il suo höni, sillabazione e canoni estetici ( wabi-sabi, yūgen, mono no aware ecc.).

      Allego anche un articolo di Jim Kacian pubblicato su Gendai Haiku sulla tematica in questione:

      http://www.gendaihaiku.com/kacian/beyondkigo.html

      Saluti. 🙂

  2. Ale

    Leggo sempre con piacere le sue risposte, sempre ben disposte ad accettare, con uguale eleganza complimenti e critiche.
    Il mio messaggio non era una critica (come lei ha certamente capito) ma un’osservazione con un pensiero ben dettagliato.
    Per risponderle (ancora in dettaglio), devo dirle che ho già letto il bellissimo saggio “La luna e il cancello” del bravissimo Luca Cenisi, è un libro importante che mancava nel panorama italiano della poetica haiku, un libro che mi è piaciuto moltissimo, certamente mi ha convinto molto di più della raccolta di haiku “Selezione naturale” sempre di Luca Cenisi che non mi ha convinto molto e mi è piaciuto molto poco.

    Proprio perché ho letto il saggio di Cenisi, mi sorprende non poco vedere che lui stesso definisce questo suo componimento Haiku.
    Nel saggio “La luna e il cancello”, in un paio di occasioni, Luca Cenisi afferma che se non è presente il “kigo” non si può parlare di haiku (per questo esiste il “Gendai Haiku”, che non è propriamente “Haiku”), nel saggio , infatti, Cenisi rifiuta persino il “Piccolo Kigo” (oltre che il kigo misuralis e temporis) che Pietro Tartamella ha definito nel “Manifesto di Cascina Macondo”.
    Mi sembra strano, di conseguenza, che lei mi citi il saggio di Luca Cenisi che conferma e ribadisce il fatto che questo suo componimento NON è uno Haiku.
    Conosco anche l’opera di Ban’ya Natsuishi e le sue “teorizzazioni” e le dico francamente (senza timore di essere smentito) che non mi piace ne l’una ne le altre.
    So che è un autore importante e universalmente riconosciuto, ma ritengo (parere personale) che stia andando “fuori strada” e stia contribuendo a portare “fuori strada” chi rinuncia (spesso esclusivamente per comodità e pigrizia e superficialità) a quelle regole, logiche e caratteristiche che rendono così affascinante questa straordinaria poetica.
    Lei, naturalmente, è libera di seguire la strada che preferisce, scegliendo le “deroghe” che ritiene più opportune (ho visto che in passato ha confessato lei stessa qualche critica di deroga); mi sembra però un vero peccato, perchè ho visto che scrive anche cose molto belle e con un po’ più di attenzione e di selezione potrebbe avere un livello medio di haiku sicuramente più alto (visto che lei espone i sui componimenti ai lettori).
    Saluti
    Ale

      1. Ale

        Lei stessa mi ha citato gli scritti di Luca Cenisi che ha dettagliato più volte (non solo nel suo recente saggio) le caratteristiche di base del “Gendai Haiku”:
        E’ stato spiegato che in senso storico, più che un “assetto poetico” si riferisce appunto al periodo storico che parte dalla fine del XIX secolo e arriva fino ad oggi; è stato spiegato inoltre che si usa il termine “Gendai haiku” proprio perchè oltre al contesto storico, il movimento “Gendai” tende a portare il componimento fuori dalle regole compositive canoniche: come la deroga sull’indispensabile presenza del riferimento stagionale e/o il rispetto del tradizionale schema “5/7/5”.

        Quando si parla di “Senryu” si parla di un genere diverso, quando si parla di “Tanka” si parla di un genere diverso, quando si parla di “Haiga” si parla ancora di un genere diverso e quando si sceglie di andare “oltre” alcune logiche, alcune regole e alcune caratteristiche e si usa quella sorta di “suffisso” che definisce (con la parola “Gendai”) un genere diverso: “Gendai haiku” e non “Haiku”, appunto… quando si sceglie il “gendai haiku” si scrivono componimenti che NON sono propriamente “Haiku”; altrimenti si chiamerebbero Haiku punto e non “Gendai Haiku”.

        1. Sohana Elisa

          Grazie, Ale, per il chiarimento riguardo a quello che voleva dire, ho preferito chiedere piuttosto che travisare. Allora, la parola “gendai” in sé e per sé non significa altro che “moderno”.
          Leggendo il suo ultimo commento, trovo corretto tutto quello che dice e lo condivido, quello che non condivido è l’affermazione che questi haiku (che possiamo anche definire appartenenti alla corrente dell’avant-garde) non siano considerabili haiku semplicemente perché non appartenenti alla corrente tradizionale, o perché qui li definiamo “gendai”, parola che usiamo per distinguerli, non per declassare uno in confronto all’altro.

          Tornando al saggio La Luna e il Cancello, credo che l’autore abbia voluto fare un distinguo tra quella che è stata ed è la corrente classica, che deve avere determinate caratteristiche quali metrica e kigo per poter essere definita tale, e poi dedicare un piccolo spazio allo haiku che chiamiamo moderno e che rompe con la tradizione. Chissà, magari non è stato molto chiaro e ovviamente non posso parlare per lui (magari posso chiedergli un chiarimento o esprimergli queste sue perplessità) ma già il fatto che sia presente nel saggio significa che non possiamo negare che esistano haiku con determinate caratteristiche, e che questi siano proprio haiku, a meno che non vogliamo riscrivere noi italiani la storia dello haiku giapponese dell’ultimo secolo 😉

          Riguardo invece al discorso del piccolo kigo, direi che era una precisazione doverosa, perché molto spesso ho avuto modo di notare personalmente che ci sono autori, magari principianti ma non sempre, che credono davvero che il piccolo kigo e le sue derivazioni siano caratteristiche proprie dello haiku giapponese, mentre il concetto è nato in Italia, se non erro nel 2003. Ho letto una bella intervista a Pietro Tartamella in cui spiega come lo abbia sviluppato e perché. Di sicuro, quindi, quando in uno haiku incontriamo quello che è il piccolo kigo, il kigo temporis o il kigo misuralis ecc. non stiamo certo leggendo uno haiku in stile classico, bensì uno haiku sperimentale. Vanno bocciati a prescindere? Io per esempio non lo uso mai perché in genere non toglie né aggiunge niente a uno scritto, ma questa è la mia visione. Direi comunque di no, mentre possiamo interessarci del singolo componimento e dire se ci piace o meno, se ci arriva qualcosa o meno da quello scritto. L’importante è avere chiaro che non è una regola che nasce in Giappone, e credo che questo fosse lo scopo dell’autore, non il censurarlo.

          Un saluto 🙂

          1. Ale

            Ho l’impressione che il chiarimento che mi ha chiesto sia stato da lei male interpretato, questo potrebbe significare che a volte si capisce un pensiero meglio d’istinto e di getto che dopo averlo chiarito. In questo caso, non so perché, ma è successo così.
            Ho ora la certezza che lei ha travisato non il mio commento ma il chiarimento.

            Nel mio ultimo messaggio io NON ho affatto affermato che:
            “la parola Gendai in se per se non significa altro che moderno”
            e, per essere più chiaro ora, le dico che non solo NON l’ho affermato ma NON lo credo affatto.

            Il fatto che il movimento “Gendai” si sia sviluppato a partire dalla fine del XIX secolo e sia arrivato ai giorni nostri non significa che esso rappresenti lo “haiku moderno”.

            Intanto ho letto da più di una fonte che anche nel Giapppone odierno, gli haijin che tendono a non usare il kigo (negli haiku, naturalmente, questo non vale certo per i Senryu, che è una delle caratteristiche) sono una minoranza bassissima, meno del 3%.

            Andando “oltre” questo dato, prettamente numerico, anche ipotizzando un’estensione di quel numero, anche se quella minoranza fosse o diventasse il 10%, il 15% o il 20%, non cambierebbe la sostanza: sono loro stessi che hanno introdotto il suffisso “Gendai” e che lo hanno volutamente distinto anche e proprio a partire dal nome non “Haiku” ma “Gendai haiku”, definendolo, di fatto, un genere diverso.

            Lei non mi può scrivere, di conseguenza, una frase come “a meno che non vogliamo riscrivere noi italiani la storia giapponese dell’ultimo secolo”, questa se la poteva proprio risparmiare.

            Se entriamo poi nella natura, nello spirito e nella caratteristica più profonda dello haiku, ci accorgiamo che lo haiku è ed è sempre stato una poetica difficile e complessa, come tutte le forme d’arte davvero belle e profonde.
            Richiede impegno, attenzione, predisposizione, studio, meditazione, osservazione, sensibilità ecc.
            Non deve sorprendere se sia quì, in Italia dal secolo scorso ad oggi ci siano diverse correnti di pensiero che tendono a deviare una poetica così bella (ma estremamente complessa) che potrebbe davvero diventare (se non la è già) la prima poetica mondiale.
            E’ difficile seguire la “via maestra”, è certamente più facile “deviare” e cercare di deviarla, facendo finta di inventare un “genere nuovo”, un “genere moderno”, convincere altri che sia una “crescita” mentre si sta cercando di attuare un “impoverimento”.
            Questo, naturalmente non succede solo quì, è facile immaginare che sia successo anche in Giappone, ed è proprio così, è così che è partito quello “spostamento” che ha dato vita a quel nuovo “genere” chiamato appunto “Gendai haiku”.

            Si, le versioni più o meno ufficiali riportano che volevano aprire a nuove tematiche, con “argomenti legati alle società e agli sviluppi economico culturali del periodo” (frase ripresa direttamente dal saggio di Cenisi: pag. 145), “con temi importanti come la sofferenza umana, il disagio sociale ecc.”; rimane tuttavia il fatto che la diffusione in Giappone, dopo un secolo, è limitatissima e la proporzione con lo “haiku” è ridottissima.

            Questo però ha prodotto una “eco” che si è propagata in tutti i continenti, con esempi più o meno illustri (tanto per citarne uno, basta nominare Kerouac) e, figuriamoci, la “massa”, non vedeva l’ora, non aspettava altro.

            Dico questo non in senso storico, quello che intendo è che (e lo vediamo bene quì in Italia) molti di coloro che si avvicinano allo haiku si fermano allo strato superficiale e non credendo che quelle caratteristiche che siano la “forza” e la bellezza dello haiku, le considerano solo una “gabbia” e cercano una via per uscirne, figuriamoci quando scoprono che esiste un genere chiamato “Gendai haiku”.

            Kigo? Sillabazione? Struttura? Codifica?
            Per molti, i più superficiali e distanti, perfino il “Quì e ora” (la base più assoluta e imprescindibile dello haiku)… via tutto, pensieri e versi liberi.

            Poi, come le ho già detto ognuno fa quello che vuole e crede quello che preferisce, ma le ripeto in modo chiaro e inequivocabile:

            No, il “Gendai haiku” non è propriamente “Haiku”.

            Di conseguenza, ecco spiegato perchè questo suo componimento non lo leggo come uno haiku e non lo considero uno haiku.

            Mi chiedo poi, se nella sua prima risposta al mio commento, lei stessa ha tirato fuori il concetto di “Gendai Haiku”, perché non chiama e non definisce questo suo componiminto “Gendai haiku” e si ostina a chiamarlo “Haiku”?

            Se le piace scrivere Haiku allora scriva “Haiku”, altrimenti li definisca con il loro nome “Senryu”, “Tanka”, “Gendai haiku”, “Haiga” ecc.

            In alternativa, c’è sempre la poesia, dove c’è e ci stà di tutto, anche gli aforismi, le massime, i pensieri filosofici ecc.

            Ma se si scrive e si chiama “haiku”, allora dev’essere “Haiku”.

            Saluti
            Ale

          2. Sohana Elisa

            No, un attimo… temo proprio che sia stato lei a fraintendere me, infatti sono io che affermo che la parola “gendai”(現代) significa “moderno”, e ne sono certa.

  3. Ale

    Mi scusi ma, se lei mi chiede un chiarimento sulla mia affermazione che “il Gendai haiku non è propriamente uno haiku” e poi, a valle del mio chiarimento, lei mi scrive:
    “Allora, la parola “gendai” in sé e per sé non significa altro che “moderno”.

    …se mi scrive questo (a valle del mio commento) significa che ha travisato quello che intendevo.

    Per chiudere queste dissertazioni sul significato di “Gendai haiku” e per semplificare il discorso, le dico che anche se la traduzione letterale della parola “Gendai” è “Moderno”, nella “logica” delle cose, dello “spirito” della poetica, nel “contesto storico” del Giappone e nella “pratica sociale” della poetica in Giappone come in Italia la parola “Gendai Haiku” non significa e non si rispecchia nel significato di “Haiku moderno” che le vuole dare qualcuno (compresa lei), non è “Haiku moderno” è un “genere” diverso.

    Se lei difende questa sua posizione per giustificare il fatto che chiama “haiku” questo suo componimento, faccia pure, ma abbia l’accortezza di chiamarlo almeno con il suo nome “Gendai haiku” e non “Haiku”, appunto.

    Se vuole scrivere componimenti senza kigo (tanto per lei e per chi sostiene quella corrente di pensiero è la stessa cosa), continui a comporli senza kigo o con metriche “ballerine” e “discutibili” però chiami le cose con il loro nome; se invece si ostina a chiamarle sempre e comunque “haiku” non si sorprenda poi se qualcuno le scrive che NON sono haiku, perché non lo sono.

    Se vuole un paio di esempi interessanti di scambi di pensiero su due libri interi di NON HAIKU, le segnalo che ho avuto diversi scambi con Valentina Meloni nel suo sito “Nanita” sul post del libro:
    “Haiku dell’inquietudine” di Giovanna Iorio
    e sul post del libro “L’immenso è semplice” di Paola Venezia.

    1. Sohana Elisa

      Sa, Walter, più rileggo gli ultimi commenti più fatico a trovare un ordine in cui accade quella cosa che si chiama ascolto e dunque dialogo. Credevo comunque di aver chiarito fin dal mio primo commento che non stavo argomentando per salvaguardare il mio haiku come invece afferma nel suo ultimo commento, pensavo non fosse necessario ribadirlo ma invece vedo che devo farlo. Generalmente tra autori si può anche discutere di poesia, si possono portare le proprie considerazioni, critiche, le proprie esperienze e la propria conoscenza in uno scambio aperto, trasparente e alla pari. Vedo però che qualcosa l’ha portata a risentirsi e lo noto dall’inasprirsi dei toni, soprattutto in questo suo ultimo commento, eppure credo di avere pieno diritto di non essere d’accordo con lei né nel ritenere non haiku TUTTI gli scritti che non rispecchiano i canoni classici, né quando fa un’affermazione come questa:

      “Per chiudere queste dissertazioni sul significato di “Gendai haiku” e per semplificare il discorso, le dico che anche se la traduzione letterale della parola “Gendai” è “Moderno”, nella “logica” delle cose, dello “spirito” della poetica, nel “contesto storico” del Giappone e nella “pratica sociale” della poetica in Giappone come in Italia la parola “Gendai Haiku” non significa e non si rispecchia nel significato di “Haiku moderno” che le vuole dare qualcuno (compresa lei), non è “Haiku moderno” è un “genere” diverso”

      Non so se legge l’inglese, ma le allego un articolo di Hiroaki Sato in cui si chiarisce sia il significato del termine sia il contesto storico:

      http://www.thehaikufoundation.org/omeka/items/show/891

      Poi lei può tranquillamente pensarla come ritiene più opportuno, solo che se leggo un’affermazione che trovo inesatta o fuorviante mi piace chiarire. Peccato che se la sia presa, il mio è solo amore per la chiarezza.

      Saluti.

      1. Ale

        Intanto non facciamo confusione, io non sono Walter, sono Ale.
        Conosco Walter, lo conosco bene e gli ho chiesto di intervenire con un suo commento, ma preferisce non entrare in queste discussioni. Le chiedo pertanto di chiamarmi con il mio nome e non con quello di un altro.

        Per quanto riguarda questo nostro scambio di commenti, le ho già detto qualche scambio fa che lei può rimanere benissimo della sua idea, siamo tutti già adulti e sappiamo benissimo che questo tipo di scambi difficilmente si chiudono con un pensiero univoco.

        Devo poi dirle che io non me la sono affatto presa, è solo lei che trova toni inaspriti, forse si è risentita lei per il fatto che ho commentato con la frase: “questa se la poteva proprio risparmiare” ma lei ha scritto:

        “a meno che non vogliamo riscrivere noi italiani la storia dello haiku giapponese dell’ultimo secolo”

        che è un’ipotesi assolutamente inconcepibile e decisamente fuori luogo (non sono stati gli italiani che hanno inventato il termine e il genere “Gendai haiku”.

        Lei dice che non si è risentita per la mia affermazione che il suo componimento NON è uno haiku; eppure tutto il dibattito è partito proprio da li.

        Possiamo far finta ora che non le importi , ma tutto è partito da li. Tra l’altro, con il mio primo commento le ho anche detto che è bellissimo, solo che NON è uno haiku.

        Se lei posta i suoi componimenti dovrebbe riuscire ad accettare opinioni che non sono in linea con le sue, del resto, non sono io che mi espongo con i miei scritti, io non ho mai postato nulla e nessuno conosce i miei haiku, è lei che ci tiene, evidentemente, a far conoscere i suoi lavori. Di conseguenza, deve accettare qualche critica ai suoi componimenti da chi non la pensa come lei.

        Saluti
        Ale

        1. Sohana Elisa

          Oddio, non capisco come sia possibile averla chiamata Walter, è stato una sorta di lapsus di cui mi scuso. Chissà, probabilmente stavo pensando alla sua raccolta che sono in procinto di leggere, visto che lei me l’aveva consigliata caldamente. Non capisco però in che senso dice che gli ha chiesto di intervenire… anche se scopro con piacere che siete amici.

          Ma tornando a noi, le sembrerà strano ma non sono affatto risentita per la sua critica. Quando un componimento esce da noi non ci appartiene più, dunque il nostro sguardo diventa oggettivo, non soggettivo, pertanto la critica non ci tocca come persone.

          Il mio è solo amore per lo haiku. Mi creda se le dico che ciò che mi dispiace è sapere che ai suoi occhi, stando alle sue considerazioni, piccoli capolavori di autori giapponesi e non valgono meno di haiku che rispettano tutti i canoni e magari invece mancano di quello spirito che rende una poesia breve uno haiku. Il mondo dello haiku è incredibilmente vasto, e ridurlo a quello che appartiene alla nostra personalissima visione è un vero peccato…

          Le mando anche degli haiku di un amico e autore che stimo molto e che è conosciuto non solo in Italia ma anche nel mondo, per me sono haiku a tutti gli effetti, Gendai, se le piace, ma pur sempre Haiku e riconosciuti come tali perfino in Giappone.

          https://cinquesettecinque.com/2016/08/10/sei-haiku-di-toni-piccini-scelti-dalla-redazione/

          Ps Ha ragione quando dice che io mi espongo, ma esporsi fa bene sotto molti punti di vista, compresa la possibilità di crescere anche e soprattutto attraverso il confronto, perciò le rinnovo la mia richiesta di tempo fa di leggere qualcosa di suo, anche perché credo che più di tante parole sia la nostra poetica a parlare per noi.

          Saluti.

          1. Ale

            Lei dice che quando un componimento esce da noi non ci appartiene più, questo è vero se noi lo pubblichiamo, lo postiamo, lo mandiamo a premi o concorsi, insomma, se viene diffuso, se il nostro pensiero e la nostra emozione viene scritta e riportata su un pezzo di carta, per noi stessi, per rivivere quel momento, per ricordarlo e ricordare, riprovare quelle emozioni, allora ci appartiene sempre, nessuno lo conosce e nessuno sa nemmeno che esiste.
            La crescita di cui lei parla avviene anche leggendo, studiando la materia, commentando e rapportandosi con gli altri, non necessariamente sui propri lavori.

            Lei poi, ritorna su un argomento che abbiamo già affrontato e che è già stato chiuso: io non ho nessuna intenzione di far conoscere i miei haiku, li scrivo per me stesso e non ho il minimo interesse a diffonderli, per cui, non insista.

            Leggendo il suo ultimo commento, inoltre, mi accorgo che ancora travisa i miei commenti e mi attribuisce pensieri che non sono miei:

            Io non penso affatto che lo “haiku” sia “superiore” al “Gendai haiku” io penso solo e semplicemente che siano due generi diversi e che abbiano uguale dignità e uguale potenzialità.
            Se io vedo una scultura, vedo bene la differenza di questa Arte con la Pittura, ma non mi sognerei mai di dire che una è meglio dell’artra o una è superiore all’altra.

            Ci sono haiku “orribili” e ci sono “Gendai haiku” “magnifici”, rimane il fatto che sono due generi diversi punto.

            Probabilmente, sganciarsi da determinate caratteristiche e avvicinarsi al “verso libero” rende tutto molto più facile, ed è quello che molti cercano, ma questa è un’altra storia.

            Io poi, non riduco nulla alla mia personalissima visione, lo haiku ha caratteristiche precise, ben codificate e universalmente riconosciute, se qualcuno come lei vuole spostarsi da queste caratteristiche, è assolutamente libero di farlo.

            Se a lei piace mescolarli, faccia pure, ripeto che poi però non deve sorprendersi de qualcuno le fa notare che alcuni suoi componimenti NON SONO haiku.

            Lei infine dice che il suo è solo amore per lo haiku, mah, se lo dice, sarà così, a me sembra un po’ strano, perchè se fosse davvero amore per lo haiku, forse, sarebbe più attenta, in questo suo percorso di crescita, a scrivere haiku.
            Ora stiamo parlando delle sue deroghe dal kigo, in altre occasioni abbiamo parlato delle sue svariate imperfezioni metriche… insomma lei mi sembra piuttosto ben disposta a snaturare lo Haiku.

            Bene, mi sembra che ora abbiamo esaurito gli argomenti (almeno per queste divergenze) su questo componimento e per ora abbiamo concluso e possiamo passare “oltre”.

            Saluti
            Ale

            P.S.
            Ho letto i componimenti di questo Toni Piccini (un autore che non conoscevo) che lei mi ha segnalato, le dico francamente che non mi piacciono, lei li chiami “Haiku” o “Gendai haiku”, ma a me non piacciono per niente.

          2. Sohana Elisa

            Penso davvero che questo commento sia contradditorio e se non se ne avvede pazienza, abbandono il campo perché deve sapere che ho assistito a questo genere di discussioni innumerevoli volte e mi interessano meno di zero, difatti evito qualunque ambiente si avvicini a un gruppo poetico proprio per questo motivo.

            Detto questo, rispetto la sua scelta di non voler condividere i suoi scritti però, vede, lei interviene qui e altrove (sì, ho letto lo scambio sul blog Nanita, dove Valentina Meloni recensisce il libro della Iorio) e non risparmia affatto non solo critiche ma anche vere e proprie stroncature.
            Ora le faccio notare che tutti noi autori ci esponiamo pienamente con nome e cognome e soprattutto con i frutti della nostra scrittura, mentre lei non solo non desidera che i suoi lavori vengano letti e dunque siano esposti allo stesso tipo di critica, ma nessuno di noi conosce nemmeno il suo nome e il suo cognome, le sue conoscenze e la sua esperienza. In poche parole, vede, è come parlare con un fantasma, quindi oltre a pensare che chi la legge deve accettare le sue critiche, provi a capire che chi interagisce con lei vuole rendersi conto di chi si trova dall’altra parte.
            Naturalmente se vuole fare il critico lei lo può fare tranquillamente, ci mancherebbe, solo che generalmente chi lo fa si espone a sua volta, in una sorta di reciprocità che penso sia dovuta.
            Spero di essere stata questa volta più chiara e che non ci siano altri fraintendimemti, ma soprattutto che se la rileggerò tra queste pagine avrò modo di avere finalmente uno scambio alla pari.

            Cordialità.

          3. Sohana Elisa

            “Ale”, le rispondo per spiegarle (anche se credevo non fosse necessario) che è inutile che continui a scrivere se non si vuole esporre chiarendo finalmente chi lei è.
            So che ha capito benissimo che cosa voglio dire. Finché vorrà proseguire a questo modo ogni suo commento verrà censurato. Come vede non ho problemi a metterlo qui nero su bianco, dunque tragga lei le sue conclusioni.

  4. Ale

    Quando poco fa ho letto questo suo ultimo commento, ho avuto la certezza di ciò che siera già intuito nei suoi interventi precedenti:

    Lei si sta arrampicando sugli specchi e, scrive cose assurde che scivolano nel ridicolo:

    Partiamo dal nome:
    Alessandro Torrini
    Alessio Barsi
    Alessandro Ferrari
    Alessio Rinaldi
    Alessandro Contini
    Alessio Cecchetti
    potrei scrivere una lista di nomi e cognomi (compreso il mio) e scrglierne uno per scrivere i messaggi, le cambierebbe qualcosa?
    Io mi chiamo Ale perchè tutti mi chiamano Ale, così come ci sono molti Roby al posto di Roberto, molti Tony al posto di Antonio ecc.
    Lo vede che quello che scrive non ha senso?

    Passiamo alla sua fantasiosa teorizzazione:
    Secondo lei, se una persona vuole scrivere da “Critico cinematografico” non può farlo a meno che non dimostri di essere, a sua volta, un “Regista cinematografico”.
    Ma non si rende conto delle cose assurde che scrive?

    Ancora:
    Lei, come le ho suggerito (per capire meglio il discorso dei componimenti “non haiku”) è andata a leggere i miei commenti sui due libri sul sito della Meloni e li commenta evidenziando (per comodità sua) le “stroncature”?
    Io confermo e ribadisco i miei commenti proprio perché quei due libri non hanno niente (ma proprio niente) a che fare con lo haiku, e con questo le dimostro che non solo mi espongo (al contrario di quello che sostiene lei) in modo nitido e marcato, ma sono anche in grado di dimostrare quello che sostengo (al contrario di lei).
    Lei parla solo delle stroncature come se uno mi muovessi solo in quella direzione, potrei citarle decini di siti o di blog dove i miei commenti sono elogi e complimenti, ma non serve, perchè alcuni di questi elogi e complimenti li ho fatti anche in questa sede, proprio sui suoi componimenti. Lei però non li cita, assolutamente, parla solo per sua convenienza citando esclusivamente le “stroncature”… quanta “falsità” c’è in quello che lei espone.

    Quando poi mi scrive ” questo genere di discussioni e mi interessano meno di zero”, ma se è stata proprio lei a cominciarle.
    Per giustificare che vuole definire questo suo componimento uno haiku, in risposta al mio commento iniziale, ha tirato fuori il saggio di Cenisi e tutto il resto. Quando poi io le ho dimostrato che lo stesso Cenisi rifiuta perfino il “Piccolo kigo”, scrivendo (a pag 71 del saggio:
    “Nonostante l’interessante moticazione teorica che sta alla base di questa ricostruzione (del piccolo kigo), non è possibile, a rigore, considerare haiku un componimento che non racchiuda un riferimento, diretto o indiretto, a una delle quattro stagioni dell’anno”, lei cosa ha scritto?

    Lei cita il saggio di Cenisi, ma poi considera “non haiku” un componimento che contiene il “piccolo kigo”, invece considera “Haiku” il suo componimento come il suo che NON contiene NIENTE.
    Tutto questo si commenta da solo.

    Lei vuole uno scambio alla pari? No, si sbaglia, sono io che lo preterndo, non lei.
    Io mi espongo eccome, ma al contrario di lei so motivare i miei commenti senza le sue fantasiose teorizzazioni. Tra me e lei sono io che dimostro di “tenere” davvero allo “Haiku”, non lei che vuole snaturarlo. Tutti infatti possono ben leggere che è lei che insiste con “metriche scorrette”, con “assenze di kigo” e mescola tutto nel minestrone dei suoi componimenti, rimestando haiku, non haiku, senryu ecc.

    Tutti possono leggere, e quello che deriva dalle letture di questi scritti è certamente il fatto che le è caduta la maschera.

    Il mio primo commento le ha toccato un nervo scoperto e lei ha avuto una reazione con la quale ha detto tutto e il contrario di tutto per provare a giustificare il suo pensiero.

    Il mio commento l’ha infastidita? Pazienza è lei che ha deciso di far vedere i suoi componimenti e deve saper accettare anche le critiche, ma evidentemente non ci riesce.

    Molti di quelli che postano i propri lavori in siti e blog lo fanno molto spesso più per vanità che per “amore” verso questa o quell’arte”.

    Nel suo caso, a valle di questi suoi commenti di “amore” (come lei lo chiama) se ne vede ben poco, ma non si preoccupi, le rimane la “vanita” e la “visibilità” che, forse, sono devvero gli elementi che le interessano.

    Saluti
    Ale

  5. Ale

    Quando poco fa ho letto questo suo ultimo commento, ho avuto la certezza di ciò che si era già intuito nei suoi interventi precedenti:

    Lei si sta arrampicando sugli specchi e, scrive cose assurde che scivolano nel ridicolo:

    Partiamo dal nome:
    Alessandro Torrini
    Alessio Barsi
    Alessandro Ferrari
    Alessio Rinaldi
    Alessandro Contini
    Alessio Cecchetti
    potrei scrivere una lista di nomi e cognomi (compreso il mio) e sceglierne uno per scrivere i messaggi, le cambierebbe qualcosa?
    Io mi chiamo Ale perché tutti mi chiamano Ale, così come ci sono molti Roby al posto di Roberto, molti Tony al posto di Antonio ecc.
    Lo vede che quello che scrive non ha senso?

    Passiamo alla sua fantasiosa teorizzazione:
    Secondo lei, se una persona vuole scrivere da “Critico cinematografico” non può farlo a meno che non dimostri di essere, a sua volta, un “Regista cinematografico”.
    Ma non si rende conto delle cose assurde che scrive?

    Ancora:
    Lei, come le ho suggerito (per capire meglio il discorso dei componimenti “non haiku”) è andata a leggere i miei commenti sui due libri sul sito della Meloni e li commenta evidenziando (per comodità sua) le “stroncature”?
    Io confermo e ribadisco i miei commenti proprio perché quei due libri non hanno niente (ma proprio niente) a che fare con lo haiku, e con questo le dimostro che non solo mi espongo (al contrario di quello che sostiene lei) in modo nitido e marcato, ma sono anche in grado di dimostrare quello che sostengo (al contrario di lei).
    Lei parla solo delle stroncature come se io mi muovessi solo in quella direzione, potrei citarle decine di siti o di blog dove i miei commenti sono elogi e complimenti, ma non serve, perché alcuni di questi elogi e complimenti li ho fatti anche in questa sede, proprio sui suoi componimenti.
    Lei però non li cita, assolutamente, parla solo per sua convenienza, citando esclusivamente le “stroncature”… quanta “falsità” c’è in quello che lei espone.

    Quando poi mi scrive “questo genere di discussioni e mi interessano meno di zero”, ma se è stata proprio lei a cominciarle, si rende conto di quanto è assurdo quello che scrive e sostiene?
    Per giustificare che vuole definire questo suo componimento uno haiku, in risposta al mio commento iniziale, ha tirato fuori il saggio di Cenisi e tutto il resto; poi, quando io le ho dimostrato che lo stesso Cenisi rifiuta perfino il “Piccolo kigo”, scrivendo (a pag 71 del saggio:
    “Nonostante l’interessante moticazione teorica che sta alla base di questa ricostruzione (del piccolo kigo), non è possibile, a rigore, considerare haiku un componimento che non racchiuda un riferimento, diretto o indiretto, a una delle quattro stagioni dell’anno”, quando le riporto questo, lei scrive che era una precisazione doverosa.

    Lei cita quindi il saggio di Cenisi, considera, in conseguenza delle sue parole, “non haiku” un componimento che contiene il “piccolo kigo”, invece considera “Haiku” il suo componimento che NON contiene NIENTE.
    Tutto questo si commenta da solo.

    Lei vuole uno scambio alla pari? No, si sbaglia, sono io che lo pretendo, non lei.
    Io mi espongo eccome, ma al contrario di lei so motivare i miei commenti senza le sue fantasiose teorizzazioni. Tra me e lei sono io che dimostro di “tenere” davvero allo “Haiku”, non lei che vuole snaturarlo. Tutti infatti possono ben leggere che è lei che insiste con “metriche scorrette”, con “assenze di kigo” e mescola tutto nel minestrone dei suoi componimenti, rimestando haiku, non haiku, senryu ecc.

    Tutti possono leggere, e quello che deriva dalle letture di questi scritti, è il fatto che le è caduta la maschera.

    Il mio primo commento le ha toccato un nervo scoperto e le ha avuto una reazione con la quale ha detto tutto e il contrario di tutto per provare a giustificare il suo pensiero.

    Il mio commento l’ha infastidita? Pazienza è lei che ha deciso di far vedere i suoi componimenti e deve saper accettare anche le critiche, ma evidentemente non ci riesce.
    Molti di quelli che postano i propri lavori in siti e blog lo fanno molto spesso più per vanità che per “amore” verso questa o quell’arte”.

    Nel suo caso, a valle di questi suoi commenti di “amore” (come lei lo chiama) se ne vede ben poco, ma non si preoccupi, le rimane la “vanita” e la “visibilità” che, forse, sono davvero gli elementi che le interessano.

    Saluti
    Ale

  6. Ale

    Penso che a lei non faccia piacere che si sappia in giro che non “posta” i commenti che non le piacciono.

    Ho postato un commento due giorni fa e dal momento che non è ancora apparso spero per lei che sia dovuto al fatto che non era collegata nel fine settimana, quindi l’ho appena postato di nuovo e spero che almeno la correttezza di non nascondere e non nascondersi le appartenga.
    Saluti
    Ale

  7. Ale

    Quanto è ridicolo il suo atteggiamento.
    Il mio nome io l’ho già scritto e io mi espongo certamente più di lei che, come si vede, ha una coerenza pari a zero e un’incapacità di rispondere nel merito assoluta.

    Sarà molto meglio per la sua immagine che lei posti al più presto il mio commento, non vorrà mica che io lo mandi e lo posti in tutti i siti e tutti i blog che lei frequenta spiegando in calce la sua paura e la sua incapacità di sostenere uno scambio? Per non parlare di tutta la rete di Facebook?

    Mi aspetto di vederlo comparire in mattinata …

  8. Ale

    Bene Bene Bene!
    Anche questo è un atteggiamento che conferma il fatto che lei non ha ne il coraggio ne le capacità di sostenere pubblicamente uno scambio.
    Probabilmente si rende conto dei suoi limiti e di quanto lei sia distante dal vero spirito dello haiku.
    Per queste ragioni preferisce nascondersi evitando di pubblicare commenti che lei non riesce a sostenere in uno scambio e in un dibattito aperto.
    Vedremo come risponderà in altri siti e in altri blog.
    Saluti
    Ale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *