Lo haiku e i grandi poeti occidentali – Un articolo di Antonio Sacco.

 

 

 

 

Prendiamo qui in esame il rapporto fra lo haiku e i grandi poeti occidentali del XX secolo. In particolare questo breve scritto vuole essere un excursus storico-poetico che mira a focalizzare l’attenzione sulle modalità attraverso cui i grandi poeti occidentali sono entrati in contatto con questo genere letterario e, inoltre, vuole porre enfasi su come essi stessi si siano cimentati in questo genere, citandone alcuni esempi.

Le prime traduzioni di haiku in Occidente furono pubblicate agli inizi del ‘900 in Francia e in Inghilterra , influenzando gli imagisti anglo-americani a cui si legò Ezra Pound (1885-1972). Pound fu tra i primi ad avvicinarsi allo stile haikai e fu un grande studioso del giapponese, sostenendo fra l’altro, che:

“L’immagine è di per sé il discorso. L’immagine è la parola al di là del linguaggio formulato”

E questo è importante perché, come sappiamo, lo haiku ci propone delle immagini suggerendo al lettore più che dire esplicitamente. Pound stesso, nel 1913, pubblicò una breve poesia simile agli haiku molto famosa, In a Station of the Metro:

 

The apparition of these faces in the crowd;
Petals on a wet, black bough.

L’apparire di questi volti nella folla,
petali su un umido, nero ramo.

Come possiamo notare, abbiamo nel componimento testé citato una poesia di due versi, quattordici parole totali e nessun verbo, che descrive un momento nella stazione della metropolitana.

 

Alba

As cool as the pale wet leaves
of lily-of-the-valley
She lay beside me in the dawn.

 

Alba

Fresca come le pallide umide foglie
dei mughetti
Giaceva accanto a me nell’alba.

 

(tratta dalla raccolta Lustra, 1916)

 

Oltralpe, è al poeta Paul-Louis Couchoud che si deve la nascita del movimento dello haikai francese: nel 1905 egli pubblicò l’opuscolo anonimo “Au fil de l’eau”, a cui un anno dopo fece seguito “Epigrammes lyriques du Japon”. Pubblicò i propri scritti anche sull’Esagono, convincendosi sempre più che caratteristiche dello haiku quali la brevità, il potere suggestivo evocato, l’emozione lirica immediata, la rarefazione dei legami logici e, soprattutto, l’assenza di spiegazione potessero rappresentare un’importante innovazione per tutta la poesia francese. Seguendo questa linea tracciata da Couchoud, nel 1920 Jean Paulhan dette alle stampe un’antologia di haiku sulla rivista «Nouvelle Revue Française»: il suo scopo era di render noto e far attecchire in Francia questo genere poetico, al fine di rinnovare e dare nuova linfa vitale alla produzione lirica francese. Questa antologia conobbe un buon successo negli anni Venti e nei decenni successivi, dovuto anche alla presenza di autori come Paulhan, Paul Eluard e Pierre-Albert Birot, tanto che si può dire che con essi lo haiku venne legittimato oltralpe. Paul Eluard (1895-1952) in particolare fece suo lo stile dello haiku, riproponendo anche in raccolte successive gli undici haiku pubblicati nella Nouvelle Revue Française: questo a significare quanto lo colpì questa forma poetica, che fa del linguaggio rarefatto e spoglio, privo di orpelli, la sua peculiare caratteristica.

 

Le coeur à ce qu’elle chante
elle fait fondre la neige
la nourrice des oiseaux

 

Cantando con il cuore
fa sciogliere la neve
la nutrice degli uccelli

(P. Eluard)

 

Cent Phrases pour éventails (“Cento frasi per ventaglio”, 1927) è la raccolta di Paul Claudel (1868-1955), un altro grande nome della poesia francese del Novecento, di componimenti in stile haiku. Il movimento haikai francese suscitò l’interesse anche di Paul Valéry che, pur non cimentandosi con questa forma poetica, nel 1924 curò la prefazione a una raccolta di haiku tradotti in francese di Kikou Yamata.
Lo stesso Paul-Louis Couchoud diventò il tramite attraverso il quale anche Rainer Maria Rilke, che visitò e soggiornò a Parigi più volte, entrando in contatto con il fermento artistico e letterario francese, si avvicinò al genere haiku. Il poeta dei Sonetti a Orfeo, soprattutto nell’ultima sua produzione, mirò a una progressiva riduzione dell’Io, a un distacco dell’Io poetante dalla realtà rappresentata, rimanendo molto colpito dal modo di comporre dello haijin. Ebbene anche Rilke sperimentò componimenti in stile haikai scrivendone ben ventinove:

 

Tra i suoi venti trucchi
cerca una boccetta piena:
è diventata pietra

(R.M. Rilke)

 

Anche in Italia uno dei primi lavori di traduzione di poesia giapponese comparve agli inizi del XX secolo, nel 1915 per l’esattezza, col titolo “Note di Samisen” ad opera di Mario Chini (1876-1959) . In questo libro Chini presentò la poesia tradizionale giapponese (tanka e haiku); inoltre lo stesso Mario Chini scriverà componimenti in stile haiku, che saranno pubblicati postumi a Roma nel 1961 con il titolo di “Attimi”. Gli haiku presenti in questo libro riproducono nella struttura e nell’ispirazione quelli giapponesi, eccone alcuni:

 

Bastan tre grilli
per far grande una notte
di mezza estate

 

Sui rami in fiore,
cullan gli uccelli al vento
le lor canzoni

 

Certe mattine
in questo grigio autunno,
sembran tramonti

 

Comunque fu solo dopo la seconda guerra mondiale che rinacque nel mondo occidentale l’attenzione per gli haiku, soprattutto grazie ai saggi dell’inglese Reginald Horace Blyth sulla cultura giapponese. Successivamente a Chini, tra i poeti italiani che maggiormente subirono il fascino della cultura nipponica (oltre D’Annunzio e i poeti ermetici) e in particolare dello haiku, annoveriamo Edoardo Sanguineti che fece propri i valori estetici presenti nello haku (wabi-sabi, ogosoka, ecc.). Sanguineti, nella sua silloge poetica “Corollario” (1992-1996, in “Il gatto lupesco”), propone al lettore quattro haiku. Ne riporto qui due esempi:

 

E’ il primo vino:
calda schiuma che assaggio
sulla tua lingua

 

Passa la locomotiva:
nel fumo un turbine
di giovani foglie

 

(Edoardo Sanguineti)

 

Ma è soprattutto Andrea Zanzotto che scelse proprio questo genere poetico per esprimere icasticamente i suoi moti emotivi interiori. Nel 2012 venne pubblicato postumo Haiku for a Season, una raccolta di 91 pseudo haiku bilingue italiano – inglese, silloge contraddistinta da un forte sperimentalismo e dalla ricerca di racchiudere in poche sillabe immagini dal forte potere evocativo, anche se spesso l’Io poetante non si annulla completamente o comunque emerge di frequente e i principi dello haiku non sempre sono strettamente seguiti:

 

Haiku of an unforseen day break
maybe mine – maybe bedrawls
or mini-noises of other universes

 

Haiku di un’alba inattesa
forse mia – forse cenni
o sussurri di altri universi

 

(da notare in questo haiku testé citato lo stacco interno al secondo verso, detto in giapponese “chukangire”)

 

Petals pappi cotton-filaments
noses in sneezes awakening
all is allergy

 

Petali soffioni filamenti
nasi si svegliano in starnuti
tutto è allergia

 

(Andrea Zanzotto)

 

Il famoso poeta argentino Jorge Luis Borges (1899-1986) fu un grande appassionato di haiku e questo lo testimonia la pubblicazione dei suoi “I diciassette haiku”, eccone alcuni:

 

Lejos un trino.
El ruiseñor no sabe
que te consuela.

 

Lontano un trillo.
L’usignolo non sa
che ti consola.

 

¿Es un imperio
esa luz que se apaga
o una luciérnaga?

 

È un impero
quella luce che muore
o una lucciola?

 

Non solo, in lingua spagnola fu il primo volume tradotto interamente dal giapponese in lingua occidentale, grazie al messicano Octavio Paz (1914-1998), Premio Nobel per la letteratura nel 1990, il quale pubblicò nel 1956 la traduzione di Oku no Hosomichi (La stretta strada per Oku), celebre raccolta del grande maestro giapponese del Seicento Matsuo Bashō. Secondo Paz, l’introduzione dello haiku in Occidente ha rappresentato per la poesia “una critica della spiegazione e della reiterazione, che sono malattie della poesia”.

 

PLENO SOL

La hora es transparente:
vemos, si es invisible el pájaro,
el color de su canto.

 

PIENO SOLE

L’ora è trasparente:
vediamo, se l’uccello è invisibile,
il colore del suo canto

 

DIOS QUE SURGE DE UNA ORQUÍDEA DE BARRO

Entre los pétalos de arcilla
nace, sonriente,
la flor humana.

 

DIO CHE NASCE DA UN ORCHIDEA DI FANGO

Tra i petali di argilla
nasce, sorridente,
il fiore umano

 

(Octavio Paz)

 

Anche lo spagnolo Federico Garcia Lorca (1898-1936) fu affascinato da questi brevi e pregnanti componimenti, cimentandosi nello scriverne alcuni:

 

Cielo. Campo. Monte.
Por la llanura caminando.
Un solo olivo.

 

Cielo. Campo. Monte.
sulla pianura camminando.
un singolo ulivo

 

La mano de la brisa
acariciando la cara del espacio.
Una y otra vez.

 

La mano della brezza
accarezzando il volto dello spazio.
Ancora e ancora.

 

Molti poeti americani della beat generation, fra cui Allen Ginsberg (1926-1997) e Jack Kerouac (1922-1969), scrissero haiku ma con una diversa impostazione del componimento stesso, non rispettando in maniera così stretta il numero di sillabe e del riferimento stagionale (kigo e kidai). Come spiegò lo stesso Kerouac: “L’haiku americano non è esattamente come quello giapponese. L’haiku giapponese è strettamente disciplinato dalle diciassette sillabe ma, poiché la struttura del linguaggio è diversa, non penso che l’haiku americano (brevi componimenti di tre versi intesi come completamente confezionati con il Vuoto del Tutto) debba preoccuparsi delle sillabe, poiché la lingua americana è d’altra parte qualcosa… che scoppia di cultura popolare. Soprattutto, uno haiku deve essere molto semplice e privo di ogni trucco poetico descrivendo una piccola immagine, e malgrado ciò deve essere arioso e grazioso come una Pastorella di Vivaldi”. A titolo di esempio riporto qui alcuni haiku di Kerouac, composti tra il 1956 e il 1966, tratti dal suo “Il libro degli haiku”:

 

In my medicine cabinet
the winter fly
has died of old age

 

Nel mio armadietto dei medicinali
la mosca d’inverno
è morta di vecchiaia

 

Wash hung out
by moonlight
Friday night in May

 

Il bucato appeso fuori
al chiaro di luna
Venerdì notte in maggio

 

Glow worm
Sleeping on this flower –
Your light’s on.

 

Lucciola
che dormi su questo fiore –
la tua luce è accesa.

 

Anche un altro esponente della beat generation, Allen Ginsberg, si mise alla prova scrivendo diversi haiku, ecco qualche esempio:

 

Looking over my shoulder
my behind was covered
with cherry blossoms.

 

Guardando oltre la mia spalla
La mia schiena era coperta
con i fiori di ciliegio.

 

I slapped the mosquito
and missed.
What made me do that?

 

Ho schiaffeggiato la zanzara
e l’ho mancata.
Cosa mi ha fatto fare questo?

 

(Haiku composed in the backyard cottage at 1624, Milvia Street, Berkeley 1955, while reading R.H. Blyth’s 4 volumes, “Haiku.”)

Curioso notare che anche Stephen King nel suo libro capolavoro “It” (1986) fa scrivere al ragazzino co-protagonista di quel romanzo, Benjamin Hascom, uno haiku su una cartolina che spedirà, in forma anonima, a Beverly Marsh della quale si era invaghito:

 

Brace d’inverno,
i capelli tuoi
dove il mio cuore brucia

 

Il poeta svedese Tomas Tranströmer, Premio Nobel per la letteratura del 2011, scrisse, fra l’altro, numerosi haiku. Nella motivazione per l’attribuzione del Premio leggiamo: “perché attraverso le sue immagini condensate e traslucide, ci ha dato nuovo accesso alla realtà”. Che siano stati anche gli haiku da lui scritti la chiave di questo nuovo accesso alla realtà? Ecco alcuni suoi haiku tratti dal suo libro “La lugubre gondola”:

 

Una coppia di libellule
strettamente avvinghiate l’una all’altra
passano volteggiando

 

Le orchidee,
le navi cisterna scivolano via –
luna piena.

 

I cavi della corrente
tesi nel regno del freddo
a nord di ogni musica

 

Come abbiamo visto in questo breve excursus storico-poetico dai primi anni del XX secolo, inizialmente nel mondo anglo-americano e successivamente in quello francese, con l’affermarsi del “giapponismo” (fermento artistico che vide la sua nascita nella seconda metà dell’Ottocento e che si caratterizzò dall’influenza dell’arte giapponese sull’Occidente) vi è stato un interesse via via crescente anche verso la letteratura nipponica e lo haiku. In particolare questo genere si è poi diffuso trasversalmente in Spagna, Argentina, Messico, America, nord Europa, Italia, Portogallo (per merito soprattutto degli scritti di Fernando Pessoa) anche grazie ad illustri poeti che si sono dedicati a questa forma letteraria. Bisogna dire, però, che anche se spesso questi Autori non hanno rispettato in pieno i canoni dello haiku giapponese (numero di sillabe e presenza del kigo in primis, ma anche l’assenza dell’Io poetante nei loro versi o le tematiche strettamente inerenti alla Natura), si sono comunque lasciati ispirare dalla poesia breve giapponese facendo proprio lo “spirito dello haiku”. In alcuni di loro sarebbe più corretto parlare di pseudo-haiku, alludendo a una forma di poesia breve d’ispirazione orientale adattata al loro modo di far poesia. Credo che si debba in ogni caso esser grati a questi grandi della poesia, perché anche grazie ai loro scritti lo haiku ha conosciuto una straordinaria diffusione e meritato il posto che ha nella letteratura mondiale, non solo limitata entro i confini nipponici.

 

 

Antonio Sacco.

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Giorgio Sica, Il vuoto e la bellezza. Da Van Gogh a Rilke. Come l’Occidente incontrò il Giappone. Guida Editore, 2012
Roland Barthes, L’impero dei segni. Einaudi, 2002
Yves Bonnefoy, Sull’haiku. O barra O Edizioni, 2015
Giangiorgio Pasqualotto, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d’Oriente. Marsilio Editore, 2006
Suzuki Daisetz Taitaro, Lo Zen e la Cultura Giapponese. Adelphi, 2014
Lo Mejor de Octavio Paz – El Fuego de Cada Dia. Ed. Seix Barral, 2014

 

Ukiyo-e by Hirosghige, A great wave by the coast (1835 c.a.). Source: Wikimedia Commons

 

 

2 Commenti

  1. marisa gallo

    GRAZIE,ANTONIO SACCO dell’articolo chiarificatore sullo haiku di cui a volte anch’io mi diletto. SI CAPISCE CHE PARLA DA STUDIOSO…
    Avevo capito da me che sono lontana dalla formulazione di veri e propri haiku e forse dallo spirito stesso della poesia nipponica ….ma non ho mai approfondito- colpevolmente e/o per mancanza di tempo e cultura la letteratura ORIENTALE. Peraltro ho espresso il mio dubbio con qualche amica più preparata :il mio è un modo di adottare ed adattare lo haiku a me, al mio sentire .
    In qualche modo mi giustificano le sue stesse parole…. “ più corretto parlare di pseudo-haiku, alludendo a una forma di poesia breve d’ispirazione orientale adattata al loro modo di far poesia. “

    1. Antonio Sacco

      Ciao Marisa, sono contento che tu lo abbia letto e apprezzato. Bene! Non vedo nulla di male a cimentarsi in componimenti stile haiku (chiamiamoli pure pseudo-haiku) ed adattarli al proprio sentire; perché ognuno di noi è unico ed ha un suo specifico stile. Quello che ho appreso, dallo studio e dalle mie ricerche sullo haiku e i grandi poeti occidentali, è che sebbene un componimento di tal genere non abbia kigo (potrebbe comunque esser classificato come “muki”) o sebbene non rispetti strettamente il metro di 5/7/5 sillabe quello che più conta (ed è degno di essere approfondito e assimilato) è lo “spirito dello haiku” che non è legato, appunto, al termine stagionale o al tema stagione o alla metrica. Spero che questo articolo abbia suscitato in te la voglia di saperne di più su questo magnifico genere poetico!
      Un saluto

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