Le mie prime volte e un anno di haiku

 

                                                           Stampa Ukiyo-e Hiroshige, 1835                                                          

Lo haiku fece la sua comparsa nella mia vita undici anni fa, quando lessi per la prima volta un componimento di Bashō (indovinate quale? Non è difficile, in fondo) e subito me ne innamorai. Non era nemmeno un libro sugli haiku, ma l’autore lo citava nel suo testo e io rimasi folgorata dalla potenza evocativa di quei versi tanto brevi quanto profondi:

il vecchio stagno

una rana si tuffa

il suono dell’acqua

  Questa era la traduzione riportata nel libro, non una delle migliori, ma tanto bastò a far scoccare la scintilla. Poco tempo dopo, in uno di quei pomeriggi estivi da siesta messicana, mentre ciondolavo in giardino sdraiata sulla mia amaca, mi ritrovai a comporre il mio primo pseudo haiku:

Silenzio

Canti di cicale

  Lo definisco pseudo e il perché lo vedete da voi, è privo della struttura in tre versi e di conseguenza della metrica, ma è un componimento a cui sono affezionata perché fu il primo, perché la prima volta non si scorda mai nemmeno per gli haiku e perché, con mio grande stupore, scoprii in seguito dell’esistenza di questi versi di Matsuo Bashō:

silenzio

affonda nelle rocce

il canto di cicale

  Negli anni a seguire, però, non ne scrissi più, limitandomi a leggere i componimenti dei grandi maestri, senza troppe informazioni tecniche salvo quelle basilari che possiamo leggere tutti navigando in rete, trovando spesso informazioni parziali o contrastanti, con il risultato che nella mia testa c’era molta confusione. Conobbi anche una persona di Belluno su Facebbok, fu lui il mio primo “maestro” e a lui va tutta la mia gratitudine, anche se ormai i contatti sono andati persi, però, con mia grande gioia, ho recentemente scoperto che vinse nel 2015 il primo premio al concorso annuale indetto da Cascina Macondo. Fu lui a spiegarmi le nozioni di base e sotto le sue indicazioni ne composi un paio, ma scrivere haiku ancora mi sembrava troppo difficile. Vedevo come una sorta di costrizione entrare in una precisa struttura sillabica, per non parlare del dover inserire nei componimenti il mostro sacro dello haiku: il kigo. Su questa spinosa faccenda, direi che qualunque haijin che si rispetti sa di cosa sto parlando, perché crisi mistiche e di identità davanti alla questione del kigo sono venute a tutti. ^_^ 

  Se consideriamo poi che la questione del riferimento stagionale è, e resta, motivo per alcuni di noi di dubbi e perplessità anche dopo anni di scrittura alle spalle, potete immaginare facilmente la mia resistenza iniziale. Per dirlo in versi:

dopo la ricerca

disperata del kigo

butto il saijiki

                                              Senryū

  Dieci anni di tentennamenti e perplessità sono in effetti un po’ più lunghi di un breve periodo, ma mi piace definirli come i miei “dieci anni di preparazione”, perché si sa che ogni cosa avviene con i suoi tempi e, anche se a noi non sembra, una volta piantato il seme tutto lentamente giunge a maturazione, come una cosa oscura e segreta che piano piano prende forma, crescendo dentro di noi, e improvvisamente fiorisce. Nel mio caso l’esempio calza a pennello perché, esattamente un anno fa, scrissi questo componimento: 

lo sa il pesco

che anche io fiorisco

mentre lo guardo?

  Fu così che in effetti fiorii, stupendomi io stessa dell’esser riuscita a scrive in cinque sette cinque senza praticamente nemmeno contare le sillabe se non dopo averlo scritto, scoprendo che erano esattamente diciassette secondo il metodo ortografico, ma soprattutto il kigo c’era e il mostro non faceva più così tanta paura.

  Insomma, galeotto fu il fior di pesco, perché quel giorno per me fu davvero fondamentale, segnando l’inizio della fase espressiva, portandomi a comporre con regolarità e naturalezza, cosa che prima mi sembrava praticamente impossibile.

  Da quel momento, sono entrata in contatto con diversi poeti di haiku; con loro ho condiviso opinioni, ho ricevuto consigli e incoraggiamenti, ho scoperto il genere senryū, ho avuto modo di studiare in maniera molto più proficua e piacevole e di questo li ringrazio uno ad uno. Anche se non li nomino direttamente, sono certa che sanno che sto parlando proprio di loro.

  Naturalmente, il cammino non è che appena iniziato e c’è ancora moltissimo da approfondire riguardo al meraviglioso mondo dello haiku, ma sono dell’idea che tutto si compie facendo un passo alla volta e con la giusta leggerezza, senza porsi limiti e senza mai mettere la parola fine. 

  A un anno esatto di distanza da quel giorno, ho voluto celebrare quel momento speciale inaugurando questo blog, senza pretese particolari,  ma con l’intento di renderlo uno spazio in cui raccogliere i miei appunti sparsi, in cui condividere qualche pezzetto di vita e un po’ di bellezza; sarà uno spazio in cui potrete trovare non solamente poesia (sia orientale che occidentale), ci saranno ospiti e soprattutto sarà in costante evoluzione, come in fondo lo siamo noi, eternamente in cammino.

  Sarà uno spazio in cui, spero, potrete trovare un semplice momento di nutrimento e di riposo dalla corsa folle e frenetica del mondo: a ognuno di voi, benvenuti.

12 Commenti

  1. Giorgio

    Mi ero ripromesso di “farti visita”, stamattina ne ho trovato il tempo.
    Un’aggraziata e gentile iniziativa la tua, lo è così tanto che tornerò con piacere.

    1. Sohana Elisa

      Grazie Elita, sono felice del tuo apprezzamento.
      Ho voluto pazientare e renderlo vivo in un giorno speciale, anche se frullava nella mente da molto tempo.
      Ora sarà un nuovo inizio, vedremo dove il vento porterà. 🙂

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