I graffiati

 

 

 

C’è qualcosa che mi penetra fin nello stomaco, in questo raggio di sole tiepido che si posa su di me e sul resto della stanza.
Lo guardo abbellire il leggero strato di polvere che non ho ancora avuto voglia di togliere.
Sulle mensole, pezzi di me sparpagliati.
Mi alzo e prendo in mano una scatola di latta decorata, rievocandone a memoria il contenuto.
Con i polpastrelli, accarezzo i graffi lasciati dal tempo e l’ammaccatura di quella volta in cui mi era caduta, quando stavo traslocando nella mia terza casa.
Sorrido.
Mi piacciono le cose consumate, le cose ammaccate e graffiate, le amo perché mi somigliano: anch’io ho graffi e ammaccature sotto il velo di trucco che ogni mattina stendo sul viso.
Sono i segni di quel che è stato, nel bene e nel male, delle mie piccole o grandi battaglie.
Amo questi segni perché sono il marchio distintivo di noi graffiati: è così che ci riconosciamo.
I graffiati sono quelli a cui non hai bisogno di nasconderti, puoi mostrare quello che sei perché hanno un’anima ammaccata e graffiata come la tua.
Sono quelli a cui permetti di toccarti davvero, di toccare tutto, perfino dove tu stesso non avevi il coraggio di guardare da tempo.
Conoscono il prezzo pagato per ogni cicatrice e il gusto salato del sangue sulla pelle dopo una caduta, ne conoscono la purificazione.
Sono quelli a cui non hai bisogno di spiegare, sanno capire e, anche se non dicono nulla, ti leggono dentro, in silenzio.
Non amano ferire, i graffiati, e sanno che le parole hanno un peso preciso e le usano con grande attenzione.
Per questo non puoi e non vuoi nasconderti a un altro graffiato.
È come trovarsi improvvisamente davanti a un lago liscio e cristallino in cui lasciarsi annegare.
È un combaciare perfetto di ferite identiche che si dissolvono l’una nell’altra.

 

 

Immagine opera di Shirin Neshat

 

 

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