Cura

 

 

Ho sempre amato i cimiteri.

Camminare tra i marmi lucidi, sfiorare appena con le dita i gessi scolpiti da mani estranee che non avrei mai conosciuto. Esattamente come coloro che lì, in quelle file ordinate, avevano trovato il loro riposo eterno. Nomi per la gran parte sconosciuti divenuti in qualche modo familiari, finemente cesellati in lettere d’ottone dorato.

Nella calda estate dei miei dieci anni sparire un’oretta o due per andare al cimitero era diventata un’abitudine quotidiana. Mi piaceva lasciarmi assorbire dal quel senso di pace, dall’eleganza silenziosa del marmo. Respirare l’ordine perfetto e immobile. Quella totale assenza di conflitto era una pausa dal mondo caotico dei vivi.

Tra quelle file c’era mio nonno paterno, Attilio, che non avevo mai conosciuto. Solo qualche anno più tardi sarebbe stato raggiunto da mia nonna e in seguito anche da mio padre. C’era Elena, una bambina di quattro anni il cui volto scolpito nel gesso bianco non sarebbe mai invecchiato, e c’era una donna di cui non ricordo il nome, uccisa dalla mano traditrice del compagno. Il suo fresco sorriso in bianco e nero incorniciato da un ovale argentato.

C’erano intere vite dietro quei nomi e quei volti che mi perdevo a contemplare, e il distacco da quelle vite.
E poi c’ero io, presenza discreta e forse invisibile, che per qualche strana ragione si ricomponeva in quel luogo che simboleggia la distruzione per eccellenza.

 

 

penetra il sole nella piccola cappella l’odore dei gigli

 

 

 

Painting by René Maigritte, The Tomb of the Wrestlers (1960)

Courtesy of www.ReneMagritte.org

 

 

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