Kakekotoba, polisemia e omonimia nello haiku – di Antonio Sacco.

 

 

Scopo di questo articolo è quello di porre attenzione su di una particolare proprietà linguistica che alcune parole presentano e relazionare quest’ultima alla poesia haiku: la polisemia.

 

Per polisemia (dal greco polysemos, “dai molti significati”: da polys, “molteplice”, e sema, “segno”) si intende, in semantica, la capacità di una parola di esprimere più significati contemporaneamente. Nella polisemia i diversi significati che la parola assume sono correlati sia semanticamente sia etimologicamente: mostrano quindi una storia comune e un’affinità semantica.

 

La polisemia gioca un ruolo importantissimo nell’economia linguistica, perché si associano alla stessa parola significati diversi senza creare nuove parole: allo stesso lemma, quindi, attribuiamo significati simili a quello originario.

 

Altrettanto importante, ai fini di questo articolo, è definire cosa sia l’omonimia: due parole sono omonime quando sono simili nel suono (omofonia) e nella grafia (omografia) ma hanno significati completamente diversi.

Questo vuol dire, a differenza di quanto accade nella polisemia, che i due termini hanno assunto la stessa grafia e lo stesso suono, pur continuando a indicare referenti diversi e che i due significati non sono correlati né etimologicamente né semanticamente.

In italiano è, di solito, raro trovare componimenti haiku con termini omonimi, un esempio è dato rifacendosi a questo haiku:

 

Piccola rana
non ti arrendere
Issa è qui per te

(Kobayashi Issa)

 

Ebbene i due Autori nello haiku che segue, riferendosi al componimento di Issa testé citato (honkadori), hanno composto quest’altro haiku:

 

Resiste ancora
una giovane rana –
la incoraggio: oh, Issa!

 

(Antonio Sacco e Leonardo Lazzari, pubblicato sul blog cinquesettecinque.com il 18/04/2016)

Come possiamo notare “oh, Issa” ha qui sia un valore esortativo, sia di riferimento allo haiku del Maestro, presentando così un chiaro esempio di omonimia assai poco utilizzato nei componimenti di lingua italiana.

Diverso è il discorso, invece, per quanto riguarda la lingua giapponese: peculiarità della lingua nipponica, infatti, è la polisemia che gioca un ruolo cruciale nell’economia verbale dello haiku. Con il termine “kakekotoba” (掛詞, kakeru= agganciare; kotoba= parola) o “parola perno” i giapponesi si riferiscono ad una proprietà linguistica tipica della loro poesia che si avvale di omofoni (due o più parole che hanno la stessa pronuncia, ma rappresentano significati diversi) che permettono una lettura su più livelli: il primo livello è quello letterale, il secondo livello è quello di un omofono. I kakekotoba sono spesso scritti utilizzando l’hiragana, ovvero l’alfabeto fonetico, in modo che il doppio significato sia immediatamente visibile.

La funzione della parola perno è legare due immagini diverse permettendo all’impianto poetico di saltare da un significato all’altro senza mai limitarsi ad essere solamente uno dei due. Le immagini presentate nella kakekotoba si concentrano in uno spazio minimo, fluttuando tra i diversi significati in continuazione e consentendo al lettore di poter spostarsi con la mente e col linguaggio da un’immagine all’altra indistintamente.

Un esempio di ciò può essere dato da questo componimento tradotto in giapponese da Lorenzo Marinucci:

 

未熟な実
芭蕉に学ぶ
風雅かな

 

Mijukuna mi
Bashō ni manabu
fūga kana

 

Frutti immaturi:
imparo dal banano
l’arte dello haiku

(Antonio Sacco)

 

Tale componimento in lingua giapponese presenta più piani di lettura.

Viene citato il banano (bashō ) e questo può riferirsi sia alla pianta del banano sia al Maestro Bashō . Ma non è tutto qui.
In giapponese vi sono dei significati extra: “frutto” in giapponese è anche “verità”, “realtà” e “manabu” non significa proprio imparo ma “mi applico” o “cerco di imparare seguendo un esempio”. Inoltre Bashō considera il termine “fūga” come sinonimo di bellezza naturale e artistica.

 

Quindi l’altra chiave di lettura dello stesso haiku in giapponese suona così:

 

Verità immature:
provo a imparare da Bashō
la bellezza dello haikai

 

Insomma, come già detto, i termini omofoni sono liberi di ondeggiare tra due o più significati dando al lettore più piani di lettura e profondità del componimento.

 

Interessante, in tal senso, anche questo componimento di Bashō in cui il poeta si riferisce sia alla pianta sia a se stesso giocando sul doppio significato del termine bashō (banano):

 

Bashō nowaki shite
tarai ni ame wo
kiku yo kana

 

Ossia:

 

Un banano nel temporale:
il gocciolio dell’acqua nel catino
scandisce la mia notte

 

E’ auspicabile che il lettore accolga e capisca entrambe le interpretazioni allo stesso tempo, lasciando ai significati dello haiku la possibilità di evolversi in cerchi concentrici ognuno compiuto in sé ma, allo stesso tempo, concatenato all’altro: un po’ come quello che succede quando si lancia un sasso in uno stagno!

 

I giochi di parole basati sulla polisemia tendono, il più delle volte, a interpretare metaforicamente un’espressione letterale, o viceversa. Susan Stewart ha definito questa particolare circostanza come “the clash of two levels of abstraction” (“lo scontro di due livelli di astrazione”).

 

In quest’altro componimento il temine “fall” viene usato in tre accezioni distinte: come “cala, scende”, come “Autunno” e, infine, come “cadere”:

 

Night falls ‒
I learn by the Fall
how to fall

 

Cala la notte ‒
imparo dall’autunno
come cadere

(Antonio Sacco)

 

Se è vero che nuove metafore vengono costantemente create dalla poesia, è ancor più vero che ai giochi di parole basati sull’omonimia e sulla polisemia va il compito di ridestare le metafore dal sonno del senso comune. Resta da dire comunque che polisemia e omonimia sono ben più di un semplice gioco di parole nel senso dispregiativo del termine: la polisemia negli haiku così come in poesia può arricchire il testo, giocare (come d’altronde già fa) un ruolo chiave nell’economia dello scritto, aggiungere altri e più profondi significati, per questo è auspicabile avere un occhio di riguardo verso queste figure in poesia sia in fase compositiva sia nell’intimo e personale studio sugli haiku.

 

 

Antonio Sacco

 

 

 

 

 

Ukiyo-e by Hiroshige, One hundred famous views of Edo – Suruga-chō (1856). Source: Wikimedia Commons.  

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