Esperimento in prosa.

 

 

Questo racconto breve risale a qualche tempo fa, l’intero testo è stato costruito attorno ai versi di Beatrice Orsini, che troverete alla fine e che determinano il finale della storia. Buona lettura. 

 

 

Schiacciando tra le mani il pacchetto vuoto, con fare distratto accese l’ultima sigaretta rimasta e aspirò un’ampia boccata di fumo, lasciando vagare lo sguardo oltre la siepe del giardino: il cielo rifletteva i suoi pensieri, pesanti e cupi come le nuvole che da lontano annunciavano pioggia. “Una giornata perfetta”, pensò tra sé e sé, lanciando uno sguardo al cellulare abbandonato sul tavolino del terrazzo. Allontanò stizzita una mosca che le si era posata sul volto, afferrò il telefono e compose il numero del suo uomo, quello che negli ultimi mesi le stava procurando costanti mal di testa e lunghe notti insonni.
“Pronto?”, rispose una voce dal tono sbrigativo, “Sono io”.
“Dimmi, vado di fretta e non penso di poter stare al telefono.”
Finse di ignorare la stretta allo stomaco e quel senso di vuoto crescente nel suo addome.
“Come al solito, ultimamente.”
“Senti, non cominciare con le solite, ok? Ne ho già abbastanza di cose a cui pensare, senza che ti ci metta anche tu!”
“Naturalmente, sono una cosa anch’io, giusto? Uno tra i tuoi tanti stramaledetti impegni!”
“Stai calma, ok? Sai che sono molto impegnato e non posso sottrarmi a certi compiti.”
Prese un profondo respiro prima di proseguire.
“Oggi ho incontrato Silvia, voleva invitarci a cena stasera, sempre che tu torni abbastanza presto.”
“Non lo so, Elena.”
“Be’, vorrà dire che in caso andrò da sola, stasera non voglio rimanere a casa, e poi ho bisogno di distrarmi, di parlare, ogni tanto…”
“Puoi, per favore, smetterla di tirare fuori questo argomento ogni volta? Inizi davvero a darmi sui nervi!”
“Se è per questo anche tu!”
“Se è per questo sei tu ad avermi chiamato.”
“E me ne sono già pentita, in effetti…”
“Ascolta, se hai qualcos’altro da dirmi fallo in fretta, perché davvero non ho tempo. Se invece lo scopo della tua chiamata era darmi fastidio, be’, cara mia ci sei proprio riuscita. Ma sappi che non ho tempo per queste cose.”
“Tu e quella dannata parola: tempo! Be’, sarebbe ora che tu iniziassi a capire che non tutto ruota attorno a te e al tuo preziosissimo tempo, che ci sono cose per cui il tempo lo si trova, se ci si tiene abbastanza.”
“Ciao, Elena.”
“Grande risposta, ti saluto.” – Gettò con uno scatto di rabbia il telefono sulla poltroncina a fianco e allungò una mano per cercare il pacchetto delle sigarette, che giaceva accartocciato sulla superficie di legno pregiato del tavolino. “Maledizione! Ora mi toccherà uscire, perfetto…”
Si alzò e si avviò verso il bagno per sistemarsi, inorridendo davanti all’immagine che le restituiva lo specchio: chi era quella donna scialba e con le occhiaie pronunciate che la guardava con aria interrogativa? Un senso di nausea e sconfitta serpeggiò nel suo stomaco contratto, ma lo ricacciò indietro con un getto d’acqua fredda, come a voler lavar via quel senso opprimente di fallimento che la stava silenziosamente divorando da mesi, che la scavava in ogni angolo e ogni piega di quel corpo smagrito. Raccolse i capelli in una coda e indossò le sue ballerine gialle.
Afferrò la borsa e uscì in strada, respirando l’aria carica dell’odore della pioggia che si tratteneva dal cadere sulla terra arsa dal sole di agosto. Si avviò a passo spedito lungo le stradine del centro cittadino, scansando con noncuranza le persone e guardando a malapena le vetrine che un tempo avrebbero catturato la sua attenzione.
Dopo aver comprato le sigarette decise di fare due passi fino al parco dietro casa, approfittando del tragitto per fumare e scaricare i nervi. Difficilmente avrebbe incontrato qualcuno in una giornata così incerta, perciò nessuno l’avrebbe seccata con le solite e inutili chiacchiere di facciata tra buoni vicini; era diventato davvero faticoso per lei recitare la parte della coppia perfetta. Trovò posto in una panchina appartata e accese un’altra sigaretta, lasciando vagare i pensieri. Non riusciva a capire se lo amasse ancora, sapeva solo che era stanca e terribilmente arrabbiata. Non riusciva più a sopportare quella distanza che si era creata tra loro, tanto che le era diventata odiosa anche la vista del corpo di lui, addormentato e pacifico al suo fianco dopo aver preso da lei tutto quello che voleva, ma soprattutto non sopportava le inevitabili discussioni in cui scivolavano appena provasse a toccare l’argomento. Sentì vibrare il telefono nella borsa e vide che era un suo messaggio: “Ci sarò alla cena, passerò a prenderti alle 19:30. Marco”. Si chiese se dovesse esserne felice o disgustata, certo in quel momento non avrebbe davvero avuto voglia di vederlo o parlargli.
Era stata talmente assorta in quel rimuginare, da non aver fatto troppo caso al vento che, alzandosi, aveva preso a scompigliarle i capelli, ma il rombo di un tuono improvviso la strappò con forza dal vortice dei suoi pensieri, spingendola ad alzarsi in fretta per evitare il temporale che di lì a poco sarebbe scoppiato. Non riuscì a fare altro che pochi metri prima che pesanti gocce di pioggia iniziassero a caderle sulle braccia e sul viso e, come se le nubi avessero improvvisamente deciso di rovesciare sulla città tutto quello che avevano gelosamente trattenuto nell’ultimo mese di siccità, cominciò a piovere violentemente. Correndo più veloce che poté trovò riparo nel portico di un palazzo, dove riprese fiato appoggiandosi alla pietra liscia e fredda dei vecchi edifici cittadini.
Alzando lo sguardo, si vide riflessa nella vetrina del negozio che dava sul portico. Stava lì, ritta in piedi, ansante, bagnata e patetica come una vecchia bambola di pezza, finita in una pozzanghera cadendo di mano a una bambina troppo distratta per averne abbastanza cura.
Improvvisamente colse tutto l’assurdo degli ultimi mesi, passati nel vano tentativo di riconquistare il cuore di un uomo che era ormai troppo freddo e distante, troppo impegnato a fare carriera per ricordarsi che aveva anche una donna con cui condividere la vita. Sentì tutto l’amaro, tutto il disgusto e tutta la rabbia che provava e decise che ne aveva davvero abbastanza: decise che non si sarebbe mai più guardata con gli occhi di lui, sentendosi trasparente e insignificante, decise che era venuto il momento di risollevarsi dalle ceneri dell’autodistruzione in cui era caduta nel vano tentativo di ottenere un po’ di ascolto, di nutrirsi elemosinando appena una briciola di amore, un amore che nel tempo era diventato amaro come il fiele.
Non gliene sarebbe più importato di Marco, di cosa pensasse, di cosa facesse o di cosa non facesse; ora avrebbe ripreso in mano la sua vita, avrebbe ripreso ad andare in palestra, a uscire con le sue amiche come un tempo; lui l’avrebbe vista rifiorire, avrebbe visto come poteva essere felice comunque, anche senza le sue attenzioni prive di spontaneità, sbrigate come un dovere. Soprattutto, non gli avrebbe più permesso di entrare e uscire dalle sue cosce a piacimento, come se lei non avesse altra funzione che soddisfare le sue pulsioni.
Rimase lì, in quello stato euforico in cui era improvvisamente precipitata, ad ascoltare il cielo riversare tutta la sua forza sulla città finché, a poco a poco, la pioggia si esaurì e poté incamminarsi verso casa, lucida e con una determinazione che non sentiva da tempo. Non capiva esattamente cosa fosse tutta quella energia ritrovata, ma in fondo non le importava nemmeno di capirlo, né di sapere dove questo l’avrebbe condotta: qualunque cosa sarebbe stata meglio di come si sentiva prima.
Rientrando, decise di ignorare i messaggi in segreteria infilandosi subito sotto il getto dell’acqua bollente, lasciando che gli ultimi rimasugli di quella giornata le scivolassero di dosso. Si asciugò con cura, i capelli scuri ora le ricadevano sulle spalle in morbide onde, addolcendo i suoi lineamenti. Optò per un trucco leggero e scelse di indossare il suo abito preferito, quello nero a tubino, che le fasciava ogni curva in maniera perfetta, abbinandolo alle décolleté nere.
Ora si sentiva davvero bene, riuscendo perfino a godere dell’aria piacevole della serata mentre aspettava che lui passasse a prenderla, seduta in terrazzo. Sentì squillare il telefonino e vide che era Marco, segnale che era già sotto casa. Si alzò lentamente, come si alzerebbe una regina dal suo trono. Prese un bel respiro profondo e raddrizzò le spalle, pronta per affrontare la serata.
“Bene”, pensò, “Che si aprano le danze”, e chiuse la porta alle sue spalle.

 

 

Poco per volta hai smesso di parlarmi.
Come sempre succede in questi casi
me ne sono accorta molto prima di te.
Tacerò anch’io; chiuderò lentamente
le persiane, lasciando solo un’unghia
tra il mio mondo e il tuo, perché tu
da quella minuscola fessura possa
sentire
tutto il gelo della mia assenza.

Versi di Beatrice Orsini

 

 

Painting by Egon Schiele, Donna seduta con ginocchio piegato – 1917. Souce: Wikimedia Commons

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